Alcuni cenni sul concetto di PRIVACY

 

La privacy (in inglese /ˈpɹɪvəsi/ o /ˈpɹaɪvəsi/ — in italiano la dizione più usuale è /ˈpraivasi/, dall’americano /ˈpɹaɪvəsi/), termine inglese equivalente a riservatezza[1] o privatezza[1][2], è appunto il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata: the right to be let alone (lett. “il diritto di essere lasciati in pace”), secondo la formulazione del giurista statunitense Louis Brandeis che fu probabilmente il primo al mondo a formulare una legge sulla riservatezza, insieme a Samuel Warren (si veda il loro articolo The Right to Privacy, in “Harvard Law Review”, 1890). Brandeis fu ispirato dalla lettura dell’opera di Ralph Waldo Emerson, il grande filosofo statunitense, che proponeva la solitudine come criterio e fonte di libertà.

Indice

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Accezioni [modifica]

Per privacy si intende, comunemente, il diritto della persona di controllare le informazioni che la riguardano vengano trattate o guardate da altri solo in caso di necessità.

Il termine privacy, concetto inizialmente riferito alla sfera della vita privata, negli ultimi decenni ha subito un’evoluzione estensiva, arrivando ad indicare il diritto al controllo sui propri dati personali[3].

La recente diffusione delle nuove tecnologie ha contribuito ad un assottigliamento della barriera della privacy, ad esempio la tracciabilità dei cellulari o la relativa facilità a reperire gli indirizzi di posta elettronica delle persone.

Oggi, con la nascita del Laboratorio Privacy Sviluppo presso il Garante per la protezione dei dati personali, la privacy viene anche intesa come “sovranità su di sé”, in un’accezione del tutto nuova, non più limitata, come in passato, ad un diritto alla “non intromissione nella propria sfera privata”, ma ponendosi come indiscutibile strumento per la salvaguardia della libera e piena autodeterminazione della persona.

Nei paesi di common law è Habeas data.

Legislazione in materia [modifica]

Fonti comunitarie [modifica]

Già la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, all’art. 8, stabiliva che non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui.

Oltre che negli Accordi di Schengen, il concetto è stato riportato nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea all’art. 8, che recita:

Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano.
Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica.
Il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un’autorità indipendente.

Le fonti comunitarie rilevanti sono contenute nella Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 ottobre 1995, contrassegnata dalla sigla 95/46/CE, pubblicata nella GUCE L 281 del 23.11.1995 (p. 31).

Fonti nazionali italiane [modifica]

Per quanto attiene alla legislazione italiana, i fondamenti costituzionali sono ravvisabili negli art. 14, 15 e 21 Cost., rispettivamente riguardanti il domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza, e la libertà di manifestazione del pensiero; ma si può fare anche riferimento all’art. 2 Cost., incorporando la riservatezza nei diritti inviolabili dell’uomo.

diritti della persona vengono riconosciuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo in maniera internazionale.

Prima della Legge sulla privacy, la fonte di diritto principale in materia era costituita dalla Corte di Cassazione. Questa, con la sent. n. 4487 del 1956, nega inizialmente la presenza di un diritto alla riservatezza. Il riferimento all’art. 2 Cost. di cui sopra arriva invece solo nel1975, con la sent. Cass. 27 maggio 1975 n. 2129, con cui la stessa Corte identifica tale diritto nella tutela di quelle situazioni e vicende strettamente personali e familiari, le quali, anche se verificatesi fuori dal domicilio domestico, non hanno per i terzi un interesse socialmente apprezzabile contro le ingerenze che, sia pure compiute con mezzi leciti, per scopi non esclusivamente speculativi e senza offesa per l’onore, la reputazione o il decoro, non sono giustificati da interessi pubblici preminenti.[4] Questa affermazione è fondamentale per il bilanciamento col diritto di cronaca (vedi “Privacy e giornalismo”).
La casistica in materia è ampia; in particolare, il Tribunale di Roma, nella sent. del 13 febbraio 1992, aveva notato che chi ha scelto la notorietà come dimensione esistenziale del proprio agire, si presume abbia rinunciato a quella parte del proprio diritto alla riservatezza direttamente correlato alla sua dimensione pubblica.

La linea di demarcazione tra il diritto alla riservatezza e il diritto all’informazione di terzi sembra quindi essere la popolarità del soggetto. Tuttavia, anche soggetti molto popolari conservano tale diritto, limitatamente a fatti che non hanno niente a che vedere con i motivi della propria popolarità.

Un ulteriore passo avanti nella formazione di una normativa adeguata, anche se notevolmente in ritardo, viene fatto per rispetto di obblighi internazionali: con la legge n. 98 del 21 febbraio 1989[5], è infatti ratificata la Convenzione di Strasburgo (adottata nel 1981),sulla protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato di dati di carattere personale.

In Italia è attualmente in vigore il Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, Codice in materia di protezione dei dati personali, che ha abrogato la Legge sulla privacy del 1996.

Privacy non è infatti più considerata quale diritto a che nessuno invada il “nostro mondo” precostituito bensì è anche intesa quale diritto a che ciascuno possa liberamente esprimere le proprie aspirazioni più profonde e realizzarle, attingendo liberamente e pienamente ad ogni propria potenzialità.

In questo senso si parla di privacy come “autodeterminazione e sovranità su di sé” (Stefano Rodotà) e “diritto a essere io” (Giuseppe Fortunato), riconoscersi parte attiva e non passiva di un sistema in evoluzione, che deve portare necessariamente ad un diverso rapporto con le istituzioni, declinato attraverso una presenza reale, un bisogno dell’esserci, l’imperativo del dover contare, nel rispetto reciproco delle proprie libertà

privacy

 

 

Personalmente leggo il concetto di Privacy come il diritto di esprimere la propria identità personale, come individuo a sè ed in sè. Il diritto di esprimere liberamente la propria identità culturale, morale e spirituale….

Quello che io credo è quello che io sono.

 

 

 

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Una risposta a Alcuni cenni sul concetto di PRIVACY

  1. davidebarbanera ha detto:

    Il rispetto della privacy e della riservatezza, come rispetto del diritto alla non intromissione nella sfera privata delle persone, nel loro mondo personale, nella loro vita, non significa e non equivale ad un mondo chiuso, dove ogni singola persona vive distante dalle vite degli altri, separata dagli altri, ma costituisce semmai un mondo di reciproco rispetto in una società di individui ” normali ” e di rapporti ” normali “. Non esiste nessun individuo pubblico a cui non sia garantito il diritto alla ” sovranità su se stesso ” a al rispetto del suo vivere privato. Ogni individuo diventa un “personaggio” pubblico laddove non esiste il rispetto della sfera privata…..e quando ciò avviene, ognuno si sente in diritto di introdursi, intromettersi nel suo mondo, nella sua vita, come se fosse diventato ad un tratto LO ZIMBELLO DEL PAESE……

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